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Io,Lisa e Roberto. Storia vera 16/3/26


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
24.03.2026    |    3.851    |    6 9.4
"Sul suo addome scolpito, sul suo pene ancora semi-eretto, mescolandosi al suo sudore..."

- Storia vera- Migliarino Pisano (Pi) 16/03/2026


"Prendilo in bocca."

La voce di Lisa, un soffio caldo e insistente, mi trapassò il cervello proprio mentre le mie dita scivolavano sull’asta rigida e pulsante di Roberto. La richiesta non era un ordine, era un’invocazione, carica di un desiderio così palpabile che l’aria stessa nella stanza sembrò addensarsi. Io, Marco, con i miei cinquant’anni ben portati, il fisico robusto di chi ha sempre lavorato con le mani, e il mio piccolo segreto nascosto tra le cosce, obbedii. Chinai la testa e portai le labbra sulla corona violacea di quel cazzo magnifico, mentre il mio sguardo catturava quello di lei, che si stava già accarezzando.

Ma andiamo con ordine. Come diavolo ero finito lì?

Tutto era iniziato con quell’annuncio. Pubblicato su un forum discreto, dedicato a certi… scambi energetici. Lo lessi e rilessi, affascinato dalla sua particolarità. Una donna, in cerca di un massaggiatore tantra esperto, specificatamente per il suo compagno. Non per sé. Per lui. La location era un appartamento a Migliarino Pisano. Io, che da vent’anni pratico e insegno la via del tantra, con specializzazioni nei massaggi yoni e lingam, ho visto di tutto. Ma una richiesta così esplicita e così asimmetrica accese in me una curiosità immediata, viscerale. Risposi. Scambiammo qualche mail, poi messaggi. Lei, Lisa, si rivelò diretta, intelligente, sicura di ciò che voleva. Voleva che io massaggiassi Roberto. Che lavorassi su di lui, sul suo corpo, sulla sua energia. Lei avrebbe guardato. Ci sarebbe stato, disse, un compenso generoso. Ma non era quello il vero motore. Era il brivido dell’ignoto, la sfida di mettere le mie mani su un corpo maschile richiesto da una donna. Accettai.

E così mi trovai a suonare il campanello di un moderno attico a Pisa. La porta si aprì e lei mi apparve. Lisa. Trent’anni, forse qualcosa in meno. Alta, slanciata, con un portamento da ballerina. Capelli corvini lisci che le cadevano sulle spola. Occhi grandi, color ambra scura, che mi scrutarono senza timidezza. Indossava solo una corta vestaglia di seta color avorio, aperta sul davanti quel tanto che bastava per intuire la curva di seni piccoli e sodi, e l’ombra scura del pube depilato. Molto sexy, pensai, sentendo un’antica fiamma riaccendersi nella pancia.

“Marco?” chiese, con una voce roca, piena.

“In persona,” risposi, annuendo.

“Entra. Lui è già pronto.”

L’appartamento era minimal, luminoso. Mi condusse attraverso il soggiorno fino a una camera da letto. L’aria profumava di incenso al sandalo. “Come concordato,” disse lei, fermandosi sulla soglia. “Nessun tabù. Tu fai il tuo lavoro. Io osservo.” La sua mano si posò sulla mia spalla, una carezza professionale che però scatenò un brivido. “Spogliati pure qui.”

Trassi un respiro. Il rituale era chiaro. La nudità come equalizzatore, come via per l’energia pura. Mi sfilai la maglia, i pantaloni, le mutande. Sentii il suo sguardo scorrermi addosso, fermarsi lì, sul mio piccolo segreto. Il mio cazzo, piccolo e morbido, riposava tra le cosce pelose. Non provai vergogna. Nel tantra, ogni corpo è un tempio, ogni forma è perfetta. Lei sorrise, un sorriso che non era di derisione, ma di conoscenza. Poi aprì la porta.

Roberto era disteso prono sul letto matrimoniale, sotto un lenzuolo di lino. Un uomo sui quarant’anni, con un fisico da atleta: spalle larghe, dorsali definiti che si assottigliavano verso una vita stretta. Alla nostra entrata, si girò su un fianco, poi si mise seduto, lasciando scivolare via il lenzuolo. Nudo. E qui, devo essere onesto, ebbi un sussulto. Non per la nudità in sé, ma per ciò che vidi.

Gli addominali erano una lastra di marmo scolpita, ogni singolo retto definito. Le brace potenti. Ma lo sguardo, inevitabilmente, fu calamitato più in basso. Tra le sue cosce muscolose riposava un pene in stato di riposo che era già impressionante. Lungo, spesso, con un’incappucciature perfetta. E poi… le palle. Dio, le palle. Uno scroto enorme, gonfio, pesante, che pendeva come un sacco di cuoio pieno di ciottoli. Era una visione quasi primordiale, di una virilità esagerata, grottesca e al contempo affascinante. Roberto mi fissò. Aveva occhi chiari, penetranti. Annuì, silenzioso.

“Lui è Marco,” presentò Lisa, sedendosi su una poltrona nell’angolo, accavallando le lunghe gambe. La vestaglia si aprì ulteriormente. “Inizia pure.”

Il mio training prese il sopravvento. Approcciai il letto. Le mie mani, larghe e callose, si riscaldarono strofinandole l’una contro l’altra. “Roberto,” dissi, con la mia voce da massaggiatore, calma e rassicurante. “Lascerò che il respiro guidi il tocco. Tu abbandonati.”

Posai le mani sulle sue spalle. La pelle era calda, liscia, tesa su muscoli duri. Iniziai a lavorare, prima con pressioni leggere, poi più profonde, sciogliendo i nodi di tensione. Sentivo lo sguardo di Lisa su di me, come un fascio di luce calda. Scivolai lungo la schiena, le dita che seguivano la colonna vertebrale, i palmi che impastavano i lombi. Roberto emise un gemito basso, di piacere. Il suo corpo cominciava a cedere.

Poi, come previsto dal protocollo lingam, lo invitai a girarsi. Si stese supino, e lì, la vista mi tolse il fiato per un secondo. Il suo pene, ora semi-eretto, poggiava sul ventre piatto come un’antica colonna. Le dimensioni erano davvero notevoli. Ma erano quelle palle a dominare la scena. Enormi. Gonfie. Piene. Lo scroto sembrava teso, la pelle sottile e lucida lasciava intravedere le venature bluastre e le forme tondeggianti dei testicoli all’interno. Era un peso, una presenza fisica che attirava lo sguardo e il tocco.

Presi l’olio, versandone un po’ tra le mie mani. Lo scaldai. Poi, con estrema delicatezza, posai la mano destra sul suo pube, appena sopra la base del pene. La sinistra andò a sostenere, ad accogliere, quello scroto monumentale. Il primo contatto fu elettrico. La pelle dello scroto era incredibilmente morbida, vellutata, ma sotto sentii la durezza sferica e il peso dei testicoli. Non stavano nelle mie mani. Era come cercare di afferrare un grappolo d’uva troppo grande. Li accarezzai, li sollevai leggermente, sentendo il loro peso morto, la loro potenza generativa.

Roberto sospirò profondamente. I suoi occhi si chiusero. La mia mano destra intanto cominciò a scendere, le dita a serrarsi attorno alla base della sua asta. Era già dura, un cilindro di carne calda e pulsante che sembrava crescere sotto il mio tocco. Durissimo. Le vene si sollevavano come corde sotto la pelle. Iniziai il massaggio lingam vero e proprio: lunghe, lente, oliate risalite dal pube alla corona, alternando la pressione, torcendo leggermente il polso. Ogni movimento era studiato per risvegliare l’energia, non per stimolare brutalmente. Ma il corpo di Roberto rispondeva in modo primordiale. Il suo cazzo si irrigidiva ulteriormente, diventando un obelisco di carne violacea che puntava verso il soffitto. La corona, grande come un piccolo prugno, si era fatta lucida e gonfia.

Un suono mi distolse. Da Lisa. La guardai. Era seduta sulla poltrona, le gambe ora divaricate. La vestaglia era completamente aperta, e la sua mano sinistra era affondata tra le cosce. Le dita scivolavano avanti e indietro su una figa perfettamente depilata, nient’altro che una fessura umida e rosea tra le labbra carnose. Si stava masturbando, lentamente, gli occhi fissi su di me, sulle mie mani che lavoravano sul cazzo del suo uomo. Il suo respiro era affannoso. I suoi capezzoli, scuri e eretti, pungevano la seta della vestaglia.

“Così,” mormorò lei, la voce roca dal piacere. “Continua così.”

Ritornai a concentrarmi su Roberto. Le mie dita continuavano la loro danza. Con il pollice e l’indice formai un anello stretto alla base del suo pene, spingendo l’energia verso l’alto. L’altra mano continuava a sostenere, a massaggiare quel sacco scrotale enorme. Lo sentivo pulsare, un battito lento e potente. L’odore dell’olio, del maschio, del desidero, riempiva le mie narici.

“Lisa…” gemette Roberto, aprendo gli occhi e cercando la compagna con lo sguardo.

“Ti piace, amore?” gli chiese lei, mentre un dita infilava dentro di sé, producendo un suono umido, schioccante. “Guardati… che bel cazzo che hai. E Marco che se ne prende cura…”

Quelle parole, quel contesto, fecero esplodere qualcosa in me. Non ero più solo un massaggiatore. Ero uno strumento, un canale per il loro gioco, per la loro eccitazione. E la mia eccitazione, repressa fino a quel momento, esplose. Il mio piccolo cazzo, tra le mie cosce, si era fatto duro, un legnetto teso e sensibile che premeva contro la mia coscia. Ma non era quello il focus. Il focus era lui, quella magnifica, mostruosa virilità tra le mie mani.

Fu allora che Lisa pronunciò quelle parole. “Prendilo in bocca.”

Non ci fu esitazione. La mia bocca si dischiuse, le labbra si serrarono attorno alla corona di quel cazzo enorme. Il sapore era salato, terroso, maschile. Profondo. Feci scivolare le labbra lungo l’asta, prendendone quanto più potevo. Non riuscivo a prenderlo tutto, la lunghezza e lo spessore erano eccessivi. Ma mi adattai. La mia lingua si mosse sulla parte inferiore, leccando il frenulo, esplorando la rete di vene. Le mie mani continuavano il loro lavoro: una alla base dell’asta, che pompava delicatamente, l’altra che accarezzava, adorava, quelle palle enormi. Le sentivo rotolare sotto le mie dita, pesanti, piene di seme.

I gemiti di Roberto si fecero più alti, più spezzati. “Oh, cazzo… sì… così…”

Dall’angolo, il suono delle dita di Lisa che andavano e venivano nella sua figa bagnata si fece più rapido, più rumoroso. “Succhialo, Marco,” incitò, la voce rotta. “Fallo godere. Senti che cazzo che ha… senti quanto è pieno…”

Io succhiavo, le guance incavate, la testa che andava su e giù con un ritmo crescente. La mia saliva si mischiava all’olio, rendendo tutto scivoloso, obsceno. La sensazione di quel cazzo duro che sbatteva contro il palato, che allungava le mie labbra, era ubriacante. E le sue palle… continuavo a massaggiarle, a sollevarle, a sentire il peso che prometteva una scarica copiosa.

“Sto per… Lisa, sto per venire…” ringhiò Roberto, il suo addome che si contraeva.

Io accelerai il ritmo, le dita che si stringevano alla base del suo pene, un’altra mano che massaggiava freneticamente il perineo. Volevo quella scarica. Ne avevo bisogno.

“Dagli tutto,” ordinò Lisa, il suo respiro un fischio. “Sparalo su di lui.”

Non feci in tempo a capire se l’ordine fosse per me o per Roberto. Un grido strozzato squarciò l’aria. Roberto inarcò la schiena, i muscoli del collo tesi come corde. Il suo cazzo pulsò violentemente tra le mie labbra, poi si ritrasse. Io mi staccai, proprio in tempo per vedere il primo getto schizzare fuori, bianco e spesso, come un razzo. Mi colpì in pieno petto, caldo, viscoso. Un altro getto, un altro. Lo sperma usciva a fiotti, pitturandomi il torace peloso, colando lungo il mio addome. L’odore, acre e dolciastro, mi invase. Era enorme. La quantità era assurda, una conferma del peso di quelle palle.

Mentre l’ultima pulsazione scuoteva il suo pene, io rimasi lì, in ginocchio sul letto, il petto coperto del suo seme, guardando la mia erezione, piccola e tesa. Un impulso primordiale, di risposta, di sottomissione, di adorazione, mi prese. Senza pensare, mi alzai in piedi sul materasso, sopra di lui, che giaceva sfinito e coperto di sudore. Afferrai il mio piccolo cazzo con una mano.

“Sì…” sussurrò Lisa, fermando le sue dita, gli occhi fissi su di me. “Fallo.”

Il mio orgasmo non fu uno schianto, ma un’esplosione silenziosa e intensa. Un tremito partì dalle viscere e salì. Con un gemito soffocato, eiaculai. Il mio seme, meno copioso ma caldo, schizzò fuori, cadendo a gocce e a fili sul corpo di Roberto. Sul suo addome scolpito, sul suo pene ancora semi-eretto, mescolandosi al suo sudore. Fu un gesto di possesso, di omaggio, di completamento del rituale. Rimasi lì, in piedi, tremante per la scarica, mentre l’ultima goccia usciva dalla mia punta.

Il silenzio calò, rotto solo dal respiro affannoso di tutti e tre. Poi, Lisa si alzò dalla poltrona. La vestaglia scivolò a terra completamente, rivelando un corpo sinuoso, perfetto. Si avvicinò al letto, gli occhi che brillavano di una luce selvaggia. Si chinò e, con un dito, raccolse un po’ del mio sperma dal petto di Roberto. Portò il dito alle labbra e lo leccò, lentamente, tenendo il mio sguardo.

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